Stefano Massari – Mental Coach

I valori in campo.

di Stefano Massari, mental coach 

(stefanomassari03@gmail.com)

Quando Serena Williams esce dal tunnel che porta verso il campo, mi colpisce il suo sguardo fiero, carico di una rabbia che sembra spostare le particelle d’aria intorno a lei e che arriva da lontano, dalla storia della sua gente e della sua pelle oltre che dalla sua personale fanciullezza. Sta per giocare la finale di un torneo, non ricordo quale ma non ha molta importanza, e io noto un elemento nuovo, che stride con tanto orgoglio. Serena indossa una giacca della Nike, ma non la giacca della tuta. Si tratta di una specie di giacca da sera con tanto di spalline e bottoni. La numero uno del mondo appoggia il borsone per terra, vicino alla sedia, estrae dal borsone medesimo la racchetta e picchia un paio di volte il piatto corde sul palmo della mano, per testarne la tensione. Io sono lì che la guardo e aspetto che si tolga quella giacca, ma lei non lo fa. Si scalda con la giacca e con la giacca prova i servizi e intanto io mi sento a disagio. Mi fa strano vedere il ritratto di una guerriera dei nostri giorni ridicolizzato da una giacchetta che, è evidente, la ostacola nei movimenti perché la imprigiona e la imprigiona perché non può essere stata pensata per giocare a tennis.

Non ce l’ho con Serena Williams; sappiamo bene che le leggi del mercato, che sono le uniche che al momento sembrano ispirarci, portano a conseguenze ben più difficili da accettare che una tennista in giacca. Tuttavia mi chiedo quale idea, vedendo Serena così ingessata, si possano fare del tennis i giovani che si avvicinano oggi a questo sport e se a questa immagine aggiungo la musica da discoteca che ormai riempie ogni pausa tra un game e l’altro nella maggioranza dei grandi tornei, come se le pause e i silenzi e i tempi così detti morti fossero un problema, mi rispondo che è molto facile credere che anche nello sport l’apparenza e la futilità contino molto più dell’applicazione, del sacrificio, del percorso. Il percorso, appunto. I media ci mostrano, ogni giorno, i momenti del successo. La tennista che solleva la coppa, il fuoriclasse del calcio che esulta, il talento della musica che viene acclamato da migliaia di fans, milionari circondati da veline. Ma dei percorsi, degli allenamenti, delle rinunce per arrivare si parla pochissimo e dunque si parla pochissimo della felicità più profonda e più vera, che non ha nulla di commerciale, non ha nulla a che vedere con i marchi e gli sponsor e i dollari, ma è legata all’impresa, all’auto-superamento, all’auto-realizzazione.

Non so chi di voi abbia visto la semifinale degli US Open tra la Wozniacki e la Peng. Le immagini di quella partita bellissima vivono ancora nella mia memoria, come del resto la drammatica conclusione del match.

A metà del secondo set, e dopo aver perso il primo 76 conducendo una lotta meravigliosa e tormentata come il pianeta sul quale viviamo, la Peng, preda dei crampi, si blocca. Viene, in un primo tempo, soccorsa ed accompagnata appena fuori dal campo, per permettere alla fisioterapista di intervenire. Rimane fuori oltre tre minuti, mentre la sua avversaria, per mantenersi calda, prova servizi a raffica, salvo ogni tanto guardare verso il giudice arbitro con aria interrogativa. E’ un pomeriggio tremendamente umido e afoso, a New York, e il vento, che di tanto in tanto agita i capelli e la gonnellina della Wozniacki, a giudicare dall’espressione quasi appannata del volto di lei sembra non recarle alcun sollievo.

Finalmente la Peng rientra, ma cammina male, rattrappita, curva. Porta spesso una mano davanti alla bocca, non capisco se per nascondere al mondo la sua smorfia di dolore oppure per lo stupore della forza del male o ancora per il desiderio di raccogliersi e sentirsi più vicina a se stessa. L’ultimo game è sofferenza pura. La Peng, tra una smorfia e l’altra, riesce a trovare una risposta vincente lungolinea sulla prima della Wozniacki, che nello scambio successivo la muove e la induce a sbagliare, ma che nel punto dopo ancora commette doppio fallo perché tutto quel dolore è troppo persino per chi, in quel momento, ne sta traendo vantaggio. Dopo l’ennesimo scambio da fondocampo, l’ennesima corsa a destra e a sinistra, la Peng, lentamente, ma senza rimedio, si accascia al suolo. Entrano i soccorsi. La Wozniacki gira intorno alla rete che la divide dall’avversaria, la raggiunge e le poggia la mano sulla spalla, poi sulla schiena. La Peng non trova pace: i crampi che prima riguardavano le sole gambe, adesso la stringono tutta e paiono prenderla persino alla gola. Fatica a respirare. Anche issarla sulla sedia a rotelle è laborioso, perché non collabora, non può collaborare. E’ un ammasso di contrazioni e lacrime. Quando esce dal campo, all’applauso del pubblico si unisce quello della sua avversaria nonché vincitrice del match.

E’ in queste immagini, seppure così forti e dolorose, che ritrovo il tennis e lo sport che amo. Li vedo nel desiderio di andare oltre i propri limiti, oltre una sofferenza che soffoca, ma anche nella caduta rovinosa e lenta sul campo di gioco. Lo sport, almeno credo, vive in un pensiero: oggi ho dato il meglio di me. Un concetto che è in sé una vittoria, perché se imparo a dare il massimo sul campo, attanagliata dai crampi, sotto di un set, in una giornata dove il solo fatto di respirare è un’impresa, non solo ho fatto tutto quello che era in mio potere fare ed anche di più, ma ho posto le basi per dare il massimo anche fuori dal campo, nella vita.

Il bello e la verità dello sport credo siano anche nel comportamento contrastato della Wozniacki, che da un lato vuole vincere e sposta la sua avversaria con i crampi, impietosamente, a destra e a sinistra, ma allo stesso tempo non ce la fa perché sente il dolore della Peng come se fosse suo, tanto da fare doppio fallo e poi, quando l’avversaria si arrende e frana a terra, lei le si avvicina, si china su di lei e la accarezza.

La vita è strana ed io mi sento, improvvisamente, superato dal tempo, antico. Perché penso che i greci, migliaia di anni fa, avevano un’idea dello sport molto simile alla mia e chiamavano la vittoria Nike e che oggi, beffardamente, il marchio che porta quel nome impone a Serena Williams quella ridicola passerella, così lontana dalla filosofia dello sport. Una filosofia fatta di valori e di sogni e di gambe che li rincorrono e che non sempre, a volte per via dei crampi, riescono a raggiungerli.