di Stefano Massari
A volte mi chiedo cosa potrebbe pensare un marziano appena arrivato sulla terra. Mi chiedo cosa penserebbe se vedesse cose grandi, tipo le guerre o intere popolazioni affamate o la follia dei dittatori. Ma anche se osservasse la vita di tutti i giorni, le piccole cose, ad esempio una partita di tennis. Cosa penserebbe se vedesse i tennisti quando s’insultano da soli, quando si disperano per una palla sbagliata, quando stringono il pugno ed urlano dopo un bel punto? Credo che, a questo essere della mia fantasia, verrebbero spontanee alcune domande a proposito della nostra serenità o forse, che poi è più o meno la stessa cosa, della nostra pazzia.
In realtà, per rimanere in ambito tennistico, il dialogo del giocatore con se stesso, e dunque anche le urla di gioia o di disperazione, ha una fondamentale importanza.
Vi sono due tipi di self-talk, come lo definiscono gli studiosi americani.
Il primo è il self-talk direttivo, particolarmente utilizzato negli sport che richiedono abilità complesse, ricche di aspetti tecnici. A sua volta, il self-talk direttivo può essere specifico oppure generale. È specifico proprio quando riguarda gli aspetti tecnici della prestazione. “Colpisci la palla più alta sul servizio” oppure “vai più veloce con il braccio sul dritto” sono due esempi di frasi abbastanza frequenti del dialogo del tennista tra sé e sé, che rientrano in questa categoria.
Il self-talk direttivo generico si riferisce, viceversa, alle tattiche e alle strategie che l’atleta sceglie per attuarle. “Vai a rete più spesso” o “rischia di più” sono due esempi di espressioni abbastanza tipiche, che raccontano questo tipo di dialogo interiore.
Oltre al self-talk direttivo c’è il così detto self-talk motivazionale. Si riferisce agli incitamenti o alle imprecazioni con cui gli sportivi si caricano o si abbattono ed è molto utilizzato negli sport di forza e resistenza. Riguarda insomma l’attivazione e la direzione della motivazione. Frasi come “dai non mollare” o ancora “forza adesso”, oppure “sei un deficiente”, rientrano in questa categoria.
È abbastanza evidente che si fa uso di questi diversi tipi di self-talk, più o meno di frequente, in tutti gli sport e certamente anche nel tennis. In alcuni momenti della gara si usa l’uno, in altri momenti l’alto, in altri ancora, addirittura, tutti e due insieme. Il self-talk può essere un dialogo a voce alta, urlato, sussurrato oppure semplicemente pensato. Più si sale di livello, più il dialogo avviene all’interno della mente. I gesti di disappunto, o i pugni in caso di esultanza, sono ridotti a una minima parte del gioco. I fuoriclasse, per lo più, dialogano tra sé e sé senza darlo a vedere, mantenendo all’esterno espressioni del viso assolutamente impassibili, proprio per non concedere all’avversario il vantaggio di sapere come si sentono in quel momento.
Quello che ho potuto notare, nel corso della mia attività di coach mentale al fianco dei tennisti, è che i giovani agonisti tendono ad attivare il dialogo con se stessi soprattutto quando sbagliano oppure dopo un colpo straordinario, perché questo è quello che vedono fare ai campioni. Non sanno che i loro idoli si parlano costantemente, punto dopo punto, ma purtroppo questo la televisione non può mostrarlo. Durante la maggior parte del match, all’interno dei giovani agonisti non vi è alcun dialogo. Il rischio di questi momenti vuoti è che i pensieri prendano altre strade e dunque che l’attenzione si perda, fugga via dal campo per volare chissà dove e quando il giovane atleta, che si era perso dietro alle proprie fantasie, improvvisamente torna sul terreno di gioco molto spesso sta stringendo la mano al proprio avversario, complimentandosi con lui per la bella vittoria.
Il lavoro che svolgo in questi casi va proprio nella direzione del dialogo continuo e positivo con se stessi, non solo durante le varie fasi del match, ma addirittura prima di entrare in campo. È con il dialogo interno che stabiliamo la consapevolezza di noi, acquisiamo cioè una capacità fondamentale, quella di ascoltarci e capirci e confrontarci con noi stessi, cosa utilissima tanto durante le partite quanto attraverso le altre, e a volte ben più complesse, fasi della nostra vita.
Anche volendo rimanere sul rettangolo di gioco, non possiamo fare a meno di considerare che il self-talk è utile sin da prima del match, nella fase di preparazione. Prima delle partite non si riscalda solo il corpo, ma anche la mente, si attivano le emozioni funzionali. Gli atleti stabiliscono quali obiettivi hanno per il match, cosa si aspettano dalla partita che stanno per affrontare e come intendono comportarsi. Poi viene il palleggio. Se il giocatore riesce a rimanere presente a se stesso, già in questa fase si possono ottenere preziose informazioni sull’avversario, i suoi punti forti e quelli deboli. Se l’avversario si conosce già, il palleggio può servire ad entrare ancora più in gara sotto il profilo mentale e della concentrazione. Il tennista può spostare la propria attenzione sulla palla e il suo rimbalzo, o sul proprio respiro quando colpisce. Il dialogo con se stessi va mantenuto sempre attivo e costante, orientato all’analisi di quello che sta accadendo e a ciò che l’atleta fare in termini positivi. Questo ha tre conseguenze. Da un lato, se i pensieri negativi dovessero arrivare diciamo che troverebbero la mente già occupata. Dall’altro lato, pensando ogni punto, la partita diventa il risultato di una serie di scelte, giuste o sbagliate che siano, e non il prodotto casuale di un approccio meramente istintivo. Infine, a gara conclusa, avremo qualcosa da analizzare e su cui riflettere: scelte fatte in modo consapevole, rischi deliberatamente affrontati o evitati, tattiche riflettute e poi trasformate in strategie di gioco. Insomma, potremo ripensare al match ed orientarci, capire a fondo gli errori o le scelte corrette, in ultima analisi le sconfitte e le vittorie.
Non è facile mantenere sempre attivo il dialogo con noi stessi, soprattutto se non siamo allenati a farlo, anzi se abbiamo maturato nel tempo l’allenamento contrario. È proprio per questo che molto spesso gli atleti stabiliscono una loro routine, che applicano sia prima della gara, sia durante la gara stessa. Su questo aspetto desidero essere particolarmente chiaro, perché è spesso motivo di fraintendimenti. Soprattutto capita che alle routine vengano assegnati dei significati diversi e molto riduttivi rispetto a quelli che hanno.
Tutti noi abbiamo presente Nadal che sistema le bottiglie d’acqua davanti a sé, durante i cambi di campo. Ha lo sguardo fisso, quasi che l’attività che sta svolgendo in quell’istante fosse la più importante della sua vita. Oppure Djokovic, che prima di servire fa rimbalzare la pallina davanti a sé un numero interminabile di volte con un movimento meccanico, quasi robotico. O ancora Federer che, tra uno scambio e l’altro, si sistema sempre i capelli dentro la fascia della Nike, come se desiderasse che alla bellezza quasi divina del suo tennis corrispondessero anche un ordine e un aspetto impeccabili.
Né Nadal, né Diokovic, né Federer, né alcun altro campione si dedicano a queste attività perché in tal modo credono di ingraziarsi gli dei della vittoria, non si tratta di scaramanzie, né del desiderio di controllare, attraverso rituali quasi magici, ciò che nessuno sportivo può controllare al cento per cento, vale a dire il risultato di una gara. Si tratta invece di modi per rimanere concentrati su quello che sta accadendo, per non permettere ai pensieri rilevanti per il compito che stanno svolgendo di fuggire via e venire sostituiti da pensieri negativi o almeno distraenti. Quei movimenti così ripetitivi sono come dei memotac trasformati in azione: servono ai tennisti per ricordarsi di rimanere con l’attenzione sulla gara.
Andre Agassi, nella sua autobiografia Open, descrive molto bene gli effetti devastanti che può avere la fuga del pensiero sull’esito di un match: “All’improvviso non sono più capace di controllare i miei pensieri. Penso a Pete che aspetta. Penso a mia sorella Rita, il cui marito, Pancho, ha da poco perso la sua lunga battaglia contro un tumore allo stomaco. Penso a Becker, che lavora ancora con Nick, il quale più abbronzato che mai, del colore di un’ottima costata, siede sopra di noi nell’angolo di Becker. Mi chiedo se ha raccontato a Becker i miei segreti, per esempio il modo in cui ho capito dove servirà (…). Penso a Brooke, che questa settimana è andata a fare spese da Harrods con la ragazza di Pete, una studentessa di legge di nome DaLaina Mulchay. Tutti questi pensieri mi si affollano in testa, facendomi sentire spaventato, a pezzi, e questo consente a Becker di acquisire slancio per non perderlo più. Vince in quattro set.”
Non so se il marziano che immagino stupito ad osservare noi umani abbia mai letto Open o leggerà mai questo articolo. Con sua buona pace, vi invito calorosamente a parlare di più con voi stessi, ammesso che già non lo facciate, dentro e fuori dal campo, a bassa voce o pure no, vedete voi. Quando giocate una partita, il fatto di parlarvi vi aiuterà a riflettere sulle cose da fare, sui movimenti da compiere, sulle strategie da seguire, sul vostro avversario dall’altra parte della rete. Se le cose che vi direte saranno giuste magari vincerete. Se saranno sbagliate probabilmente perderete. In tutti e due i casi, alla fine, saprete perché.