La scorsa settimana ho guardato la finale del torneo di Charleston tra la Petkovic e la Cepalova. Mi piace guardare il tennis giocato su terra verde. Il colore del campo, per me abituato al rosso argilla dei terreni nostrani, ha qualcosa di onirico e surreale. La cosa che mi ha colpito di più, tuttavia, non è stato il verde della terra e neppure il buon tennis delle due finaliste. Sono rimasto incantato dal discorso finale di Andrea Petkovic, da quel sorriso bello come il riposo di un viaggiatore che ha fatto molta strada, dalla sua voce netta, pulita, con un timbro quasi mascolino. Mentre parlava, Andrea, reggeva un mazzo di fiori e lo faceva senza grazia, quasi fosse la prima volta che le capitava, eppure anche questo gesto statico e un po’ goffo aggiungeva onestà e verità a quanto stava dicendo. Si è prima di tutto congratulata con l’avversaria e il suo tono non aveva niente di formale o dovuto. Ha ricordato che la Cepalova, che ha solo vent’anni, si è presentata a Charleston da sola, senza sponsor e dunque senza coach né parenti al seguito e si è detta ammirata da tanto coraggio. Si è poi rivolta ai suoi familiari e al suo coach per ricordare, senza perdere il sorriso, i momenti più difficili, quelli in cui i suoi numerosi infortuni l’hanno tenuta lontana dalle competizioni e fatta sprofondare in classifica. Infine, ha ringraziato gli organizzatori di quello che ha definito uno dei più bei tornei del mondo ed anche in questo frangente, quando il contenuto è risultato banale anche ai miei occhi ormai persi, è stata semplice e affettuosa.
Colpito da tanta spontaneità e, lo ammetto, da tanta bellezza, sono andato a cercare notizie su di lei ed ho trovato, in diversi articoli, quello che senza sapere sapevo, quello che senza neanche trasformare in pensiero avevo tuttavia intuito e riconosciuto.
Nata in Bosnia 23 anni fa, Andrea riparò in Germania con i genitori durante la Guerra dei Balcani. Brava a scuola, è tuttora iscritta alla facoltà di Scienze Politiche. Nonostante diversi infortuni, che la hanno fatta precipitare dal nono posto della classifica mondiale nel 2011 a oltre il centesimo nel 2012, è oggi di nuovo tra le prime quaranta tenniste del mondo. Sembra che, dopo le Olimpiadi del 2016, voglia abbandonare il tennis e iscriversi a una famosa scuola di giornalismo, diventare giornalista e poi, forse, entrare addirittura in politica per fondare il partito che non c’è, ovvero quello che fa gli interessi dei popoli e in particolare dei giovani.
Suona la chitarra e la batteria e dice che questo strumento, allenando la coordinazione, le serve anche per giocare meglio a tennis. Ama Goethe, genio della scrittura, e Che Guevara, genio del combattimento.
Sono in molti a ritenere che, se Andrea si fosse dedicata esclusivamente al tennis, avrebbe raggiunto vette ancora più alte. Tuttavia, a chi la pensa così, lei risponde che, se non avesse fatto tutte queste cose, non sarebbe mai diventata una buona tennista. “Sono il tipo di persona” dice “che ha bisogno di allenare non solo il corpo ma anche la mente e l’anima.”
Il lavoro di coaching che svolgo con gli sportivi, soprattutto quelli giovani, è una quotidiana dimostrazione del fatto che Andrea Petkovic, pur avendo soltanto 23 anni, è già molto saggia.
Perché chi riesce ad avere una vita anche fuori dal campo, vale a dire un rapporto decente con la scuola e con il mondo del sapere (che non sono la stessa cosa), interessi come la musica, oppure il cinema o la pittura o il mare o la fotografia, dei buoni amici e se possibile un amore, è prima di tutto una persona più felice ed in secondo luogo anche un atleta migliore. Rileggendo le interviste di Andrea, sembra emergere come un filo: quello del senso, del significato. Penso alla sua ammirazione per il coraggio della giovanissima Cepalova, a Charleston senza sponsor, parenti o allenatori e mi viene naturale collegarla con il desiderio, o forse dovrei dire vocazione, di Andrea di occuparsi dei giovani e di dare risposta alle loro domande più profonde attraverso il giornalismo e la politica.
Per opposizione, mi vengono in mente alcuni genitori che, nella smania di vedersi realizzati attraverso il successo dei figli, li spingono a dedicarsi al tennis in maniera ossessiva, monotematica. So bene che, se si guarda oltre a questo non proprio sano processo di identificazione, si vede il grande amore di un padre o di una madre. Questo amore, tuttavia, si esprime rimbalzando dalla parte sbagliata, quella dei risultati, della pressione sulla vittoria e dunque dell’ansia. Allora il tennis diventa non solo la cosa più importante della vita ma addirittura l’unica e dunque un’esperienza che invece di arricchire, toglie, priva. Gli atleti che, come Andrea, allenano l’anima e non solo il corpo, hanno un grandissimo vantaggio rispetto agli altri. Perché riescono a far tesoro sul campo delle competenze acquisite altrove (magari suonando la batteria), e a scuola o in famiglia o sul lavoro delle competenze che maturano sul campo da tennis.
Nel sorriso di Andrea Pektovic, che arriva dal dolore degli infortuni, dalla lotta per risalire attraverso i tornei minori e dunque da notti passate in alberghi con le pareti scrostate e i rubinetti sgocciolanti e da partite giocate su terreni che paiono trappole per caviglie, c’è un nuovo concetto di successo. Il successo come processo, come percorso professionale, ma prima di tutto umano. Come dicevo tempo fa a una giovane tennista in crisi, non sarai felice perché vincerai, ma vincerai perché sarai felice.