Stefano Massari – Mental Coach

Umorismo

Una domenica sera, dopo un campionato italiano di canottaggio, su WhatsApp ricevo una foto. Su una barca, a fuoco e in primo piano, ci sono quattro ragazze in maglietta gialla. In secondo piano e a una ventina di metri da loro, parecchio sfocata, c’è invece un’imbarcazione di ragazzi. Evidentemente siamo durante un allenamento. Sull’imbarcazione dei ragazzi s’intravedono, nonostante la sfocatura, un paio di sorrisi e paiono quelli di chi la sa lunga o almeno crede e uno sguardo, che sembra proprio rivolto alla barca delle ragazze. La ragazza capovoga, vale a dire la più vicina a poppa e colei che determina il ritmo dell’incedere, è anche quella più vicina al cellulare che ha scattato la foto. Ha circa quattordici anni, un bel viso ovale con gli zigomi larghi che le conferisce un’aria slava, quasi mongolica. È una ragazzona forte con le spalle già larghe e le gambe muscolose. 

Al momento dello scatto, sta ridendo e parlando con le altre, il collo a metà strada tra l’essere proteso in avanti e invece un poco rannicchiato tra le spalle, come chi sta raccontando di averla detta o fatta o ascoltata grossa. Però alle compagne di barca, proprio perché si trova davanti a tutte, dà la schiena, così le sue parole passano sopra la sua spalla destra e arrivano dove possono. 

Le altre tre, dietro di lei, reagiscono alla frase della capovoga con forza inversamente proporzionale alla distanza che da lei le separa. Quasi che le parole della ragazzona producessero un effetto simile a quello di un sasso piatto scagliato sul pelo dell’acqua. I primi salti sono gagliardi e lunghi, poi, via via, energia e profondità vengono meno e il sasso, dopo l’ultimo, breve balzello, s’inabissa. Così la ragazza subito dietro la capovoga se la ride rovesciando indietro la testa e chiudendo gli occhi. Quella ancora dietro si sporge un poco all’infuori e guarda verso la capovoga con la bocca aperta dallo stupore. Mentre l’ultima, la più vicina a prua, sorride appena: forse non ha nemmeno sentito e allora sta con le orecchie tese ad arraffare, nel vento che attraversa il lago, qualcosa in più. Ogni volta che guardo questa foto, anch’io, come l’ultima ragazza della barca, cerco di soffermarmi con maggior concentrazione su quello che ho davanti. Sperando, forse, di capire com’è andata a finire. Eppure, chissà perché, non ci riesco mai. Mi consolo pensando che, probabilmente, è meglio così. Che è proprio per questo, perché non finisce, che quella foto è tanto bella.