Il tennis allena la vita
di Stefano Massari (mental coach)
stefanomassari03@gmail.com
Mi trovo a La Spezia ed è sabato pomeriggio, è luglio e fa caldo. Per le strade quasi nessuno, forse per via dello scirocco che ingrigisce il cielo e avvolge tutto impastando le cose, avviluppandole le une alle altre fino a renderle quasi indistinguibili. Ho appena finito una riunione con alcuni colleghi e cammino verso la stazione. Ad ogni passo la camicia mi si attacca un po’ di più alla pelle. Sento il peso del cellulare nella tasca dei jeans e mi viene in mente che questa mattina Luca ha fatto l’esame di maturità. Luca è un tennista, classifica 2.5, con cui lavoro da anno. Un ragazzo con un’intelligenza viva e un desiderio di dare e ricevere amore grande quanto la sua impulsività, commovente quanto la sua trasparenza. Decido di chiamarlo. Prima ancora di dirmi ciao cerca di spiegarmi come mai non mi aveva ancora telefonato e non capisco bene cosa mi dica. Parla di qualcosa che ha a che fare con la scomparsa o la rottura di un cellulare. Poi, come se continuasse a parlare dello stesso argomento, mi dice che l’esame è andato bene e visto che mi conosce mi dice già quello che vorrei sapere, vale a dire cosa significa bene. Significa che, mentre la sera prima se la stava facendo sotto, questa mattina si è alzato pensando all’esame in un altro modo.
Ho pensato, mi dice, che un giorno come questo nella vita non mi capiterà più e allora ho deciso di vivermelo per la sua unicità. Per ricordarlo tutta la vita non come un incubo, ma come un giorno intenso e bello. Questo pensiero, va avanti Luca, ha cambiato tutto. Mi ha permesso di sedermi davanti alla commissione d’esame con uno spirito diverso e di dare il meglio di me. Sono riuscito a dire tutto quello che sapevo e quando non sapevo qualcosa sono riuscito a non perdermi nel silenzio. Non faccio in tempo a intervenire nella conversazione che subito aggiunge di aver anche aiutato una compagna di scuola, trasferendole la propria filosofia. Sono contento di me, mi dice, e qualunque voto prenderò non avrò rimpianti.
Finalmente fa una pausa, forse per respirare, e allora riesco a fargli presente che oggi mi ha detto la cosa più importante da quando lavoriamo insieme. Perché è riuscito a portare nella vita una competenza che sta da tempo allenando sul campo da tennis. Vale a dire considerare le gare, e dunque le sfide, come un momento di gratificazione, di divertimento, di crescita e lo ha fatto attraverso la ricerca del senso delle cose, della vita.
Per uno come lui e come tanti agonisti con cui lavoro, spostare l’attenzione dal risultato alla prestazione è un passo molto difficile. Ma quando ci riescono, vale a dire quando riescono a concentrarsi non sulla vittoria o sulla sconfitta, ma su ciò che più dà loro gratificazione e piacere dunque il gesto tecnico o atletico o i valori che riescono ad esprimere con la loro presenza in campo, ecco che cambia il modo di vivere la partita e di conseguenza una parte significativa della loro vita.
Ma gestire lo stress non è facile; perché viviamo, tutti, nella cultura del risultato. Quando, da ragazzo, tornavo a casa da scuola, mia madre non mi chiedeva cosa avessi imparato, che cosa mi fosse piaciuto delle lezioni o dell’interrogazione o del compito in classe, ma semplicemente mi domandava quale voto avessi preso. Non sostengo, sia chiaro, che i risultati non contino. Sostengo però che pensare solo al risultato ci porti a concentrarci su ciò che non dipende interamente da noi e per questo generi ansia. Mentre concentrarci su quello che desideriamo fare per raggiungere il risultato ci porta a considerare azioni e gesti che dipendono da noi e molto spesso ci danno gioia in sé e per sé. Inutile notare che, tra le altre cose, questo secondo atteggiamento ci aiuta a raggiungere risultati positivi molto più del primo.
Mentre Luca ed io ci salutiamo e ci diamo appuntamento alla prossima settimana, penso che il pensiero di Luca a proposito dell’esame e della sua unicità, in vero, valga per ogni giorno della sua e della mia vita e della vita di tutti e che se riuscissimo a vivere ogni istante con questa consapevolezza o almeno con questo spirito probabilmente vivremmo meglio. Però non faccio in tempo a dirglielo e forse neanche desidero farlo. Perché credo che quel pensiero sia già dentro di lui, magari non ancora così chiaro, magari non ancora trasformato in parole e che le parole che troverà lui per dirmelo saranno migliori delle mie.
Salgo sul treno e mi rimetto il cellulare in tasca. Il treno parte. Prima di entrare in galleria guardo in alto verso le nuvole grigie e pesanti e chissà perché mi aspetto di vedere un piccolo frammento di cielo.
