Note alla profezia
Una bella differenza
Riflessioni sul discorso di Panatta nel film “La profezia dell’armadillo”
di Stefano Massari
Ho di recente scritto della differenza tra una cultura orientata al risultato e una orientata alla crescita della persona (vedi articolo pubblicato ad agosto da Tennis World “Vincere. Perdere. Valere). Tra le numerose conseguenze di questa differenza vi è il rapporto con la bellezza. Inutile dire che chi ha a cuore solo i numeri, i soldi, i voti, le vittorie, non è portato a riconoscere il ruolo indispensabile che la bellezza ha nella vita. Parliamo della bellezza nelle sue accezioni più varie: quella di una tempesta sul mare, degli occhi di un bambino che scopre qualcosa, di una volée che è come una carezza. In verità, Adriano Panatta, nello spezzone del film “La profezia dell’armadillo” (il link è riportato qui sopra), rimprovera al ragazzo che lo intervista, non senza una lieve malinconia, un limite della cultura in cui viviamo. La mancanza di gioia, di fantasia. La cosa paradossale è che, quanto più il nostro sistema socio-economico si mostra incapace di mantenere le promesse che fa a chi studia, lavora, fatica e si intoppa proprio al momento di riconoscere i risultati di tutti questi sforzi, tanto più l’unica risposta che questo stesso sistema sembra in grado di suggerire consiste in una formula stolta come tutto ciò che rimane sempre uguale a se stesso: impegno cieco volto ai risultati, alla vittoria, al successo. Ha ragione, Panatta: tutto questo fa tristezza. Aggiungerei, anche un po’ rabbia. Vogliamo illuderci che prestando invece più attenzione alla bellezza e alla passione, che della bellezza costituisce l’anima, possano migliorare sia le prospettive delle nuove generazioni, sia il nostro modo di vivere ogni istante che ci corre incontro.
